Le associazioni della Kalsa sulla simulazione di un arresto con sparatoria nell’Istituto Rita Borsellino di piazza Magione a Palermo: questo incredibile episodio ci pare frutto di un clima politico più ampio, in cui i continui richiami alla sicurezza sono considerati gli unici strumenti repressivi capaci di garantire il benessere sociale. La comunità educante della Kalsa, di cui la scuola Rita Borsellino è cuore pulsante, prova a costruire una comunità solidale all’interno della quale il senso di sicurezza è affidato alla cura reciproca, attraverso la presenza nello spazio pubblico e la pratica concreta della
partecipazione diffusa.
Lo scorso mercoledì 13 novembre, a conclusione di una attività sull’educazione stradale organizzata dalla Polizia municipale, rivolta ad alcune classi dell’infanzia e della primaria dell’Istituto Rita Borsellino di piazza Magione a Palermo, veniva simulato un arresto. Un cane poliziotto andava all’assalto del finto lestofante e verso quest’ultimo un agente sparava diversi colpi di pistola ad altezza d’uomo (ovviamente a salve). Il presunto criminale poi veniva arrestato. La simulazione sembrava perfettamente riuscita, ma mentre alcuni/e bambini/e applaudivano divertiti, altri/e invece si spaventavano e si tappavano le orecchie.
Tutta la scena veniva filmata, e a quel punto il video iniziava rapidamente a girare nelle chat dei genitori, e nel giro di poco tempo diventava virale. Finiva così per arrivare sui giornali, mentre arrivavano le condanne di genitori e associazioni e, in parallelo, le scuse di diversi dei soggetti coinvolti.Per non relegare questo gravissimo episodio allo spazio sensazionalistico, e al tempo stesso sfuggente,della viralità, riteniamo necessarie, come Comunità educante, alcune considerazioni generali:
- l’ostentazione dell’abuso della forza non produce senso di protezione, ma finisce per generare panico e paura, specie se i destinatari del messaggio sono studenti, per di più piccolissimi/e;
- bisogna aiutare i bambini e le bambine a decodificare la violenza. I bambini e le bambine di oggi sono esposti quotidianamente a racconti mediatici dell’utilizzo delle armi e, contemporaneamente, crescono mentre eventi bellici, che travolgono zone del pianeta a noi vicine, riempiono le immagini dei telegiornali e dei social;
- le pratiche educative a scuola dovrebbero, a nostro avviso, fornire strumenti critici per orientarsi nel mondo, e non offrire rappresentazioni di come anche un arresto, per questioni di sicurezza stradale, possa trasformarsi in un’inattesa sparatoria;
- questo incredibile episodio ci pare frutto di un clima politico più ampio, in cui i continui richiami alla sicurezza sono considerati gli unici strumenti repressivi capaci di garantire il benessere sociale, al prezzo però di derogare a diritti e partecipazione. In questo senso, ci pare che l’episodio sia in linea con le recenti“lezioni di manganellate” proposte in un Istituto superiore di Genova nell’ambito dell’alternanza scuola-lavoro, che avvengono proprio quando le manifestazioni vengono criminalizzate dal decreto sicurezza e agli studenti “viene data una lezione” a colpi di manganello;
- la militarizzazione della scuola passa proprio dalle legittimazione attraverso momenti ludici o dimostrativi, dell’uso della violenza e delle armi. Ma la scuola dovrebbe servire a spiegare che la guerra non è un gioco. La scuola dovrebbe essere l’opposto della guerra. L’antidoto alla paura passa, a nostro avviso, In una riappropriazione delle strade e delle piazze, che devono tornare ad essere uno Spazio Pubblico, di libera espressione, aperto e collettivo, di cui fruire gratuitamente. Questo ci appare il miglior contrasto alla crescita della paura, mentre l’alimentazione del panico e il richiamo strumentale all’insicurezza rischiano di produrre un’ulteriore chiusura degli spazi pubblici, accrescendo la fragilità della nostra democrazia;
- la comunità educante della Kalsa, di cui la scuola Rita Borsellino è cuore pulsante, cerca di essere un laboratorio di costruzione condivisa di percorsi di cura. Le famiglie, i bambini e le bambine, le associazioni, il corpo docenti e la preside, sono quotidianamente impegnati nello sperimentare percorsi di inclusione, provando a costruire una comunità solidale all’interno della quale il senso di sicurezza è affidato alla cura reciproca, attraverso la presenza nello spazio pubblico e la pratica concreta della partecipazione diffusa.
Appena un paio di settimane fa ai Crociferi c’è stata un’importante assemblea alla quale, insieme a famiglie, scuola ed associazioni, hanno partecipato anche Sindaco e giunta comunale, Prefetto, Vescovo e anche il Capo dei Vigili Urbani.
Tra i temi dell’incontro è tornata inevitabilmente la questione della sicurezza. Dopo tre ore di confronto,si era giunti alla conclusione condivisa che non esistono “ricette facili” che non passino per un lavorocostante e radicato nei territori. La mera dimensione della repressione non può infatti da sola eliminare ledisuguaglianze sociali ed economiche che, irrisolte, possono alimentare i fenomeni criminali. Per questo,nella stessa assemblea, si chiedeva un ritorno da protagonista dell’Amministrazione municipale nellacreazione di forme innovative di Welfare comunale.
A fronte di queste importanti necessità, e a fronte di un’attività concordata tra la Polizia municipale e l’Istituto Rita Borsellino, il cui focus doveva essere l’educazione stradale, ci pare estremamente grave che gli agenti di Polizia decidano di improvvisare un altro tipo di attività, su contenuti non condivisi con la scuola stessa, che schiaccia il loro stesso ruolo sulla mera dimensione repressiva, per altro armata. Essa appare in piena contraddizione con il modello di scuola aperta che l’Istituto Rita Borsellino, insieme ad altri attori del territorio, ha invece costruito a partire da una altra visione pedagogica.Le proposte educative nelle scuole vanno pensate, condivise e, soprattutto, affidate a chi ha le competenze per parlare con bambini e bambine. Soprattutto quando si parla di tematiche delicate bisognerebbe stare molto attenti a evitare spettacolarizzazioni o proporre mere operazioni di marketing istituzionale, mantenendo sempre al centro la relazione pedagogica: ovvero, l’attenzione sull’effetto che la relazione e la comunicazione può avere sui bambini e le bambine che ascoltano.
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